Psicologa in blog 

Sono felice di darti il benvenuto sul mio Blog di Psicologia e Neuro-psicomotricita'!

Non sempre è facile avvicinarmi a chi ha bisogno anche solo di sciogliere un dubbio, approfondire un argomento o comprendere meglio la meravigliosa profondità della nostra mente e delle sue espressioni.

Ho deciso di dedicare una parte della mia vita per fare in modo che questo sia il blog in cui tu possa trovare la risposta che cerchi. 

 

 

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A te che stai leggendo, ti voglio augurare un buon viaggio, perchè tutto inizia da qui. Sono certa che la mia attività e cosa rendo noto sarà di tua competenza o semplicemente curiosità o crescita personale. 

Neuroetica e intelligenza artificiale. Prospettive future nel campo delle neuroscienze cliniche

Il concetto di neuroetica oggi

Da quando Adina Roskies1 cercò di definire il campo di competenze della neuroetica sono passati solo poco più di vent’anni, ma il progresso scientifico-tecnologico è stato talmente importante da rendere stretti i confini allora definiti2.

Questo lo si deve in misura rilevante anche agli enormi progressi fatti nel campo dell’intelligenza artificiale (IA). Quest’ultima ha rivestito un ruolo molto importante nella nascita della neuroetica stessa se si considera che le neuroimmagini funzionali in particolare, ma anche altre tecnologie che consentono di studiare il funzionamento del cervello, sono tutte basate sull’impiego dell’IA. Roskies1 aveva distinto, come è noto, due principali campi: quello dell’etica delle neuroscienze, che si occupa essenzialmente dei principi etici che devono regolamentare gli studi scientifici nel campo delle neuroscienze cliniche e sperimentali2, e quello delle neuroscienze dell’etica, il quale deve considerare l’impatto delle conoscenze scientifiche in campo etico3. Se l’IA funge ora, potremmo dire, da convitato di pietra è perché l’evoluzione tecnologica è stata talmente prodigiosa da configurare anche scenari distopici, che sollecitano sempre più urgentemente dei provvedimenti tesi a contenere i suoi possibili usi non etici.

Oggi appaiono principalmente inquietanti gli scenari di post umanesimo, ove l’IA condiziona sempre più la vita dell’uomo, basti pensare all’effetto, talora devastante, che può produrre l’uso dei media, condizionando fortemente le scelte delle persone in campo esistenziale, politico, sociale ed economico. Questo condizionamento pare rilevante anche in campo medico tanto da richiedere urgentemente normative aggiornate e specifiche4. L’urgenza deriva anche dal fatto che il settore pare destinato ad ulteriori e rapide evoluzioni che molti temono peggiorative, ad esempio attraverso l’uso di ChatGPT5.

Il processo formativo, in età evolutiva, ma anche nelle fasi successive della vita, di molte funzioni fondamentali a livello sociale appare inesorabilmente modificato, e frequentemente non in meglio, dall’avvento delle nuove tecnologie. Scenari ancora più preoccupanti di un possibile transumanesimo, dove si potrebbe assistere ad una sorta di ibridazione tra umano e tecnologico, appaiono oggi sempre più vicini. Esistono già tecnologie in grado di modificare dall’esterno varie funzioni cerebrali, anche di tipo cognitivo, e diverse di queste sono nate e si stanno sviluppando proprio con finalità terapeutiche. Si pensi alla deep brain stimulation, alla brain-computer interface (BCI), neurorobotica,... l’incapacità di controllare parti del proprio corpo ha un grande impatto psicologico, poiché chi ne è affetto ha difficoltà a compiere anche le più semplici azioni quotidiane. Sfortunatamente, al giorno d’oggi non esistono trattamenti farmacologici che riescano a curare queste gravi malattie. Tuttavia esistono degli ausili particolari che permettono di riconquistare alcune delle abilità perse, per mezzo della tecnologia: si pensi, ad esempio, al dispositivo usato da Stephen Hawking, che gli permetteva di comunicare attraverso l’interpretazione del movimento dei muscoli della guancia.

Le Brain Computer Interface fanno proprio questo: elaborano segnali bioelettrici prelevati dal paziente e li interpretano per trasformarli in un’azione nel mondo esterno; gli utenti che utilizzano dispositivi di questo tipo, però, riscontrano ancora oggi diversi limiti di usabilità. Ad esempio, per il corretto funzionamento dello strumento, è necessario che venga rieseguita giornalmente la calibrazione del sistema. Tale procedura consiste nel chiedere al paziente di pensare di eseguire un’azione, ad esempio di muovere in una posizione specifica un cursore su un’interfaccia grafica, quindi leggere il segnale bioelettrico dal paziente ed associarlo a tale azione, correggendo la risposta a quel segnale per ottenere l’azione desiderata. Tuttavia, questo iter pone un grosso limite nell’uso di questi dispositivi perché le suddette operazioni potrebbero arrivare a richiedere anche delle ore e molto spesso il paziente non riesce a portare terminare la ricalibrazione.

Per migliorare la stabilità delle performance su lunghi periodi, è stata utilizzata l’elettrocorticografia a 128 canali, che permette un monitoraggio continuo dei segnali. Nello specifico, un array di micro-elettrodi è stato impiantato chirurgicamente sul cervello del paziente e i dati raccolti sono stati inviati ad un decoder KF (Kalman filter) che usa la stima quadratica lineare per elaborare il segnale, ripulendolo per ottenere l’informazione corretta. Tali dati vengono poi elaborati da un’intelligenza artificiale con sistema ad anello chiuso, che riadatta il decoder iterativamente. Questo consente un consolidamento del mapping neurale e un controllo “plug and play”, che si traduce in performance stabili senza ri-calibrazioni anche su diverse settimane.

Al fine di valutare l’efficacia dell’approccio proposto, è stato condotto un esperimento su un partecipante adulto affetto da tetraparesi: è stato chiesto al paziente di muovere un cursore su un’interfaccia computerizzata, utilizzando gli stimoli inviati dal cervello.

Il periodo di osservazione è durato all’incirca 6 mesi ed è stato diviso in due parti. Nella prima parte, l’algoritmo veniva re-inizializzato ogni giorno, ignorando i dati ottenuti il giorno precedente. Nella seconda parte dell’esperimento, i dati elaborati dall’intelligenza artificiale, sono stati mantenuti nel tempo e utilizzati dal sistema per avere un controllo sempre migliore del cursore.

E’ stato chiesto al paziente di eseguire ogni giorno la ripetizione dei medesimi movimenti, così da poter analizzare l’effettivo miglioramento delle performance del dispositivo in termini di velocità e precisione, cercando di capire come quest’azione si evolvesse nel tempo. 

Se i risultati della prima parte hanno mostrato che una reinizializzazione giornaliera del sistema porta di fatto ad una degradazione delle performance, introducendo variabilità nell’apprendimento dell’algoritmo, la seconda parte dell’esperimento ha invece portato a conclusioni interessanti.

La Balbuzie ed
altre disfluenze
dell’età evolutiva

La balbuzie, o Disturbo della fluenza ad esordio infantile (DSM-5-TR), è un disturbo della comunicazione verbale caratterizzato da alterazioni del ritmo della parola, dette disfluenze.

Il linguaggio diventa meno fluente e difficoltoso a causa di arresti, ripetizioni e prolungamenti involontari di un suono. Le cause della balbuzie evolutiva sono multifattoriali ed includono fattori genetici e neurofisiologici.

La frequenza della balbuzie in tutto il mondo varia dal 5% all’8%, con una maggiore probabilità nei maschi rispetto alle femmine, che varia a seconda dell’età. I primi sintomi vengono solitamente osservati nei primi anni di vita, in media intorni ai 3 anni, subito dopo che il linguaggio comincia a svilupparsi. 

  • LE DISFLUENZE

Le disfluenze sono prolungamenti o ripetizioni del parlato che non necessariamente sono indici di balbuzie. A volte il bambino di età inferiore a quattro anni che sta sviluppando il linguaggio, riesce a farsi capire ma il suo discorso può presentare esitazioni, prolungamenti di sillabe e di suoni o ripetizioni di intere parole. A questa età, la balbuzie è del tutto normale: riguarda circa il 10% dei bimbi e di solito scompare spontaneamente.

Ciò che distingue le disfluenze del balbuziente dalle normali disfluenze del bambino non-balbuziente è un insieme di caratteristiche legate alla frequenza, alla collocazione e alla durata della disfluenza. Ad esempio, le ripetizioni e i prolungamenti di parti di parola sono molto più frequenti delle pause e delle revisioni di frase nel balbuziente.

Inoltre il bambino con balbuzie balbetta più spesso all'inizio della frase e la durata di ripetizioni e prolungamenti è superiore alle due volte per ciascuna unità (es. "pa-pa-pa-parola" invece di "pa-parola").

  • COME E QUANDO SI MANIFESTA 

La balbuzie nei bambini si presenta più frequentemente con contrazioni anomale di vari gruppi muscolari, soprattutto quelli che servono per pronunciare suoni e parole.

Queste contrazioni si manifestano quando il bambino desidera o comincia a parlare, soprattutto all'inizio della frase o nel caso di parole lunghe. Si possono inoltre osservare alcuni atti motori, come tic, tremori delle labbra o del viso, battiti delle palpebre, spasmi della testa, pugni serrati, che accompagnano la balbuzie.

Non meno importanti sono le cosiddette caratteristiche secondarie, vale a dire tutti quei comportamenti che il bambino mette in atto per evitare di balbettare: questi variano dalla semplice sostituzione di “parole di cui si ha paura” (perché potrebbero portare al balbettio) fino all’isolamento sociale, al fine di evitare scambi comunicativi con gli altri, per esempio parlare in pubblico o sostenere un’interrogazione orale.

Chi balbetta presenta un rischio maggiore dei parlatori fluenti di inibizione nelle relazioni, di ansia sociale e bassa autostima. Ansia e stress inoltre esacerbano la disfluenza.

L’esordio della balbuzie evolutiva avviene entro i 6 anni di età nella maggior parte dei casi (l’80%-90% degli individui) e più raramente entro i 7 anni. Può essere graduale o improvviso e inizialmente il bambino potrebbe non avere piena consapevolezza della sua disfluenza.

Sebbene prolungamenti e ripetizioni del parlato possono manifestarsi tra i 2 e i 5 anni in modo normale, se il disturbo persiste in età scolare è bene interpellare lo specialista: potrebbe trattarsi di balbuzie. Non conviene aspettare nella speranza che il disturbo si risolva da sé.

  • QUAL'E' IL COMPORTAMENTO PIU' ADATTO? 

 

I genitori di un bambino con balbuzie possono fare molto per aiutare il proprio figlio. Accettare il bambino con il suo disturbo, creando intorno a lui un mondo accogliente in cui il suo “problema” non venga enfatizzato ed ingigantito, ma in cui si senta accolto. Creare un clima comunicativo favorevole è essenziale.

È importante ascoltare il bambino quando parla, anche se si mette a balbettare, con attenzione e serenità, senza mostrare fretta, ansia, insofferenza. Bisogna lasciare che il bambino concluda sempre il suo discorso, anche se richiede più tempo.

È utile parlare molto al bambino, in modo rilassato e lento, ma senza scandire troppo le parole. Il bambino noterebbe la differenza di come ci si rivolge a lui e potrebbe ingigantire il problema.

Infine è sempre necessario valorizzare le altre qualità del bambino in modo da aumentare la sua autostima. Per esempio, se ama disegnare è utile sottolineare questa sua capacità e aiutarlo a potenziarla.
Ci sono al contrario comportamenti che i genitori di un bambino con balbuzie dovrebbero evitare.

In particolare, è consigliabile non anticipare il bambino quando parla, completando al posto suo le parole o le frasi, e non interromperlo dicendogli che lo si è già capito, poiché ciò potrebbe comportare per lui una mortificazione.

Bisogna evitare che il bambino debba conquistarsi da solo il diritto di parlare, per esempio dovendo gridare per farsi ascoltare.
È utile prendere l'abitudine di parlare uno alla volta.

È importante non dare di propria iniziativa indicazioni su come parlare per risolvere la difficoltà del bambino e neppure promettergli premi nel caso in cui parli correttamente, ciò potrebbe soltanto aggravare il suo problema.
Infine, quando il bambino parla è fondamentale non mortificarlo davanti agli altri, parenti, amici e persone non familiari, assumendo un’aria ansiosa o annoiata, ma dimostrare interesse e piacere per quello che dice.

La Resilienza 

La resilienza è la capacità di auto-ripararsi dopo un danno e di riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili.

 

Definizione di resilienza

In psicologia la resilienza definisce la capacità delle persone di riuscire ad affrontare gli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà. In altre parole la resilienza consente l’adattamento alle avversità.

Il termine resilienza richiama la matrice latina del termine (“resilire”, da “re-salire”, saltare indietro, rimbalzare), per esprimere la capacità dell’individuo di fronteggiare una situazione stressante, acuta o cronica, ripristinando l’equilibrio psico-fisico precedente allo stress e, in certi casi, migliorandolo.

Nell’ambito della scienza dei materiali, “resilienza” indica la proprietà che hanno alcuni elementi di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione. In biologia e in ecologia la resilienza esprime la capacità di un sistema di ritornare a uno stato di equilibrio in seguito ad un evento perturbante.

La resilienza è in altri termini la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo.

Essere resilienti non significa infatti solo saper opporsi alle pressioni dell’ambiente, ma implica una dinamica positiva, una capacità di andare avanti, nonostante le crisi, e permette la costruzione, anzi la ricostruzione, di un percorso di vita. Si tratta di un dono inestimabile, che permette di superare le difficoltà, ma che non rende invincibili, e non è neppure presente sempre e comunque: possono infatti verificarsi momenti in cui le situazioni sono troppo pesanti da sopportare, generando un’instabilità più o meno duratura e pervasiva. Tuttavia è indubbio che la forza delle battaglie superate predispone l’individuo a lottare con maggior consapevolezza (dei rischi assunti e della probabilità di riuscita).

La letteratura scientifica dimostra che la resilienza e’ un fenomeno ordinario nell’essere umano e non stra-ordinario. Le persone comunemente e generalmente si dimostrano resilienti. Generalmente, col il trascorrere del tempo, le persone trovano il modo di adattarsi bene a situazioni oggettivamente drammatiche come incidenti, lutti, calamità naturali ed eventi traumatici in generale. In tal senso, il costrutto di resilienza evidenzia l’importanza delle risorse di un individuo rispetto alle proprie capacità di autoriparazione per la sopravvivenza.

Essere resilienti non significa che la persona non si senta in difficoltà o non esperisca una certa quota di distress; il dolore emotivo, la tristezza e altre emozioni negative sono frequenti e comuni in coloro che vivono delle avversità o delle situazioni traumatiche.

La resilienza non e’ un tratto stabile e immodificabile della personalità, ma viceversa implica una serie di comportamenti, pensieri e atteggiamenti che possono essere appresi, migliorati e sviluppati in ciascun individuo.

 

Le caratteristiche della resilienza

Coloro che possiedono un alto livello di resilienza riescono a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti. Si tratta, sostanzialmente, di persone ottimiste, flessibili e creative, che sono in grado di lavorare in gruppo e attingono spesso alle proprie e altrui esperienze.

La resilienza è, dunque, una funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto all’esperienza, ai vissuti e, soprattutto, al cambiamento dei meccanismi mentali che la sottendono.

Le persone più resilienti, e che quindi spesso riescono meglio a fronteggiare le avversità della vita, presentano:

  1. Impegno, ovvero la tendenza a lasciarsi coinvolgere nelle attività:
  2. Locus of control interno, la convinzione di poter dominare gli eventi che si verificano al punto da non sentirsi in balia degli stessi;
  3. Gusto per le sfide, ossia predisposizione ad accettare i cambiamenti non vivendoli come problematici.

Impegno, controllo e gusto per le sfide sono caratteristiche della persona di cui si può avere consapevolezza e perciò possono essere coltivati e incoraggiati. Per questo, la resilienza non è una caratteristica che è presente o assente in un individuo; come già descritto precedentemente essa presuppone comportamenti, pensieri ed azioni che possono essere appresi da chiunque.

Avere un alto livello di resilienza non significa non sperimentare affatto le difficoltà o gli stress della vita, significa avere le risorse per riuscire ad affrontarli senza farsi sopraffare dagli eventi stessi. Avere un alto livello di resilienza non significa essere infallibili ma disposti al cambiamento quando necessario; disposti a pensare di poter sbagliare, ma anche di poter correggere la rotta.

 

Fattori di rischio e protettivi

La considerazione dei fattori protettivi è fondamentale in un ottica di esplicazione multifattoriale dei processi di sviluppo caratterizzati da patologia o meno. I bambini dotati di fattori protettivi crescono adeguatamente nonostante siano esposti a condizioni di rischio e sono considerati resilienti; i bambini che mancano di fattori protettivi o in cui questi non sono adeguatamente sviluppati possono presentare difficoltà sul piano emotivo, comportamentale o difficoltà di apprendimento e sono descritti come vulnerabili.

Gli individui resilienti trovano in loro stessi, nelle relazioni umane, e nei contesti di vita, quegli elementi di forza per superare le avversità, definiti fattori di protezione contrapposti ai fattori di rischio, che invece diminuiscono la capacità di sopportare il dolore.

Tra i fattori di rischio che espongono a una maggiore vulnerabilità agli eventi stressanti, diminuendo la resilienza, secondo Werner e Smith (1982) troviamo:

  • I fattori emozionali (abuso, bassa autostima, scarso controllo emozionale), interpersonali (rifiuto dei pari, isolamento, chiusura);
  • I fattori familiari (bassa classe sociale, conflitti, scarso legame con i genitori, disturbi nella comunicazione);
  • I fattori di sviluppo (ritardo mentale, disabilità nella lettura, deficit attentivi, incompetenza sociale).

Tra i fattori protettivi, invece, gli stessi autori ne individuano di individuali e familiari. Tra i primi, l’essere primogenito, un buon temperamento, la sensibilità, l’autonomia, unita alla competenza sociale e comunicativa, l’autocontrollo, e la consapevolezza e fiducia che le proprie conquiste dipendono dai propri sforzi (locus of control interno). A questi si aggiunge una risorsa di estrema importanza: il comportamento seduttivo, che consente di essere benvoluti e di riconoscere e accettare gli aiuti che vengono offerti dall’esterno.

I fattori protettivi familiari comprendono l’elevata attenzione riservata al bambino nel primo anno di vita, la qualità delle relazioni tra genitori, il sostegno alla madre nell’accudimento del piccolo, la coerenza nelle regole, il supporto di parenti e vicini di casa, o comunque di figure di riferimento affettivo.

Quali sono i componenti che sviluppano la resilienza

Esplorando i fattori protettivi, è possibile individuare cinque componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza (Cantoni, 2014).

  1. L’Ottimismo. La disposizione a cogliere il lato buono delle cose, è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi (Seligman, 1996).
  2. L’autostima si accoppia all’ottimismo. Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.
  3. La Robustezza psicologica (Hardiness). Essa è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (con la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.
  4. Le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.
  5. Il supporto sociale, definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati. E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie sventure. Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza gentile e senza rifiuti o condanne da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di comunicazione delirante) alla condivisione partecipata dell’accaduto.

In definitiva, ciò che determina la qualità della resilienza è la qualità delle risorse personali e dei legami che si sono potuti creare prima e dopo l’evento traumatico. Parlare in termini di resilienza vuol dire modificare lo sguardo con cui si leggono i fenomeni e superare un processo di analisi lineare, di causa ed effetto, per cui non è più corretto ragionare dicendo per esempio: “E’ stato gravemente ferito, quindi è spacciato per tutta la vita!

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